[Articolo pubblicato sul Domani, in data 14-01-2010]

HARBIN – Quando l’inverno siberiano abbassa le temperature medie giornaliere dell’estremo nord della Cina fino a -25/-30 gradi, la città di Harbin diventa improvvisamente il centro dell’attenzione nazionale e internazionale per le sensazionali meraviglie del paese dei balocchi del Festival delle Sculture di Ghiaccio, e delle eleganti sculure trasparenti che giaciono in ogni angolo delle strade del centro.

Un’esposizione incominciata nella metà degli anni ‘60 e interrotta solo per alcuni anni durante la Rivoluzione Culturale, il Festival rappresenta oggi il principale momento di gloria di Harbin, tanto sul piano domestico quanto su quello internazionale, e simboleggia anche in modo massiccio la grandeur dello sviluppo cinese e il tentativo delle autorità e imprese locali di ancorare la città alla crescita inarrestabile della Cina. Il Festival diventa così un momento unico per attirare fiumi di visitatori (circa 800 mila all’anno, su un arco temporale di neanche due mesi), sponsor, e, qualcuno spera, ulteriori investimenti internazionali in una delle regioni più inospitali del paese.

L’evento è salito negli ultimi quindici anni alla ribalta degli eventi artistici del paese come esposizione unica di primo piano, e sta gradualmente raggiungendo una netta affermazione nell’intera regione del Sud-Est asiatico (da cui proviene una nicchia significante di visitatori) e, qualcuno spera, a livello globale. Ma è nella vita quotidiana degli abitanti di Harbin e dei suoi immigrati che il Festival cambia i ritmi di vita e lo sviluppo economico urbano di una città che ha cessato solo da poco di essere il grigio centro industriale comunista degli anni ‘70 e ‘80, per diventare la capitale di una provincia arricchitasi molto negli ultimi anni grazie alla crescita intensa del settore agricolo e agli scambi con le imprese russe di là del confine.

La preparazione dell’evento mobilita per oltre un mese una forza lavoro di oltre 15 mila operai stagionali che raggiungono Harbin sacco in spalla dalla campagna e dalle province di Jilin, Liaoning e Nei Mongol, su decine e decine di autobus che li scaricano ai bordi delle strade, per rimanere oltre due mesi a lavorare attorno all’evento. Nel quadro dello sviluppo di Harbin, il ghiaccio rappresenta la principale risorsa, venendo non solo usata per realizzare straordinarie sculture scolpite con pazienza e attenzione, ma anche venduta ad altre province o ad alcune aziende alimentari giapponesi o coreane.

Così, dalla seconda metà di Novembre alla fine di Dicembre l’esercito di artigiani del ghiaccio è impegnato duramente ad estrarre centinaia di migliaia di cubi di ghiaccio (pari a una quantita approssimativa di circa 150 mila metri cubici di acqua) dalla superfice ghiacciata del fiume Songhua, e a trasportare i cubi nelle aree prestabilite, scolpendoli poi con precisione e insospettabile talento artigianale. Ma i mille colori delle sculture di ghiaccio, celano a stento lo spettro di colori grigi della faticosa realtà delle migliaia di lavoratori stagionali che sono pagati una miseria (1 yuan – 10 centesimi di euro – per cubo di ghiaccio estratto) per lavorare giorno e notte, nonostante il freddo polare, rispettando le rigide scadenze della data di apertura, condizionate molto spesso dal cambiamento delle condizioni climatiche.

Eppure, lascia sorpresi girare per le strade del centro storico e i cantieri del Festival nel giorno prima dell’apertura ufficiale e vedere gli scultori rifinire il ghiaccio con entusiasmo e, ridendo e scherzando, posare di fronte alla lente della macchina fotografica come artisti di fronte alla loro opera d’arte, in apparenza indifferenti alle condizioni lavorative estreme che devono affrontare, desiderosi soltanto di portare qualche centinaio di renminbi a casa alle proprie famiglie. Se per questi artigiani del ghiaccio senza nome e senza educazione il Festival rappresenta anche un piccolissimo momento di gloria personale, lo stesso non è per alcuni studenti universitari che lavorano nei weekend soltanto per poter guadagnare qualche yuan in più da spendere nei fine settimana…

La Cina è anche questo… Chi si reca ad Harbin soltanto per visitare l’Ice Festival non si accorgerà mai dell’impatto sociale che l’evento ha a livello locale e in giro per la provincia. Un senso di euforia ed entusiasmo nelle settimane precedenti l’apertura ufficiale del Festival, il 25 Dicembre scorso, ha nascosto con difficoltà le grandi fatiche che la sua costruzione è costata, lasciando trasparire forti diseguaglianze nella nuova Cina tra operai pagati dieci centesimi a cubo di ghiaccio e turisti cinesi che pagano 150 yuan per venire a vedere questa città di ghiaccio e luci colorate.

Eppure, rimane ben forte il senso che tutti coloro che abbiano lavorato al Festival, dai designer, agli architetti, ai manovali, lo abbiano fatto insieme, fianco a fianco per la realizzazione di qualcosa di grande, in una nuova Cina diversa da quella in cui, secoli prima, a migliaia diedero la vita per realizzare grandi opere ciclopiche che hanno reso millenarie la storia e la cultura cinesi…

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Photo Gallery:

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Una delle foto dell’Harbin Ice Festival e’ apparsa sulla copertina di Picasa, eccola!

Ecco il link alla galleria: http://picasaweb.google.com/hypomnemata81

Il grande freddo sta pian piano scendendo su Harbin dalle piane siberiane del Nord. Ieri per la prima volta le temperature sono scese dritte sotto lo 0 (-7 gradi di giorno e -14 di notte), con un freddo che ti taglia la faccia come una lama e che ti avvolge paralizzando braccia e gambe. Devo procurarmi al piu’ presto dei pantaloni imbottiti, e forse una giacca speciale foderata di lana di pecora. Onestamente, esplorare il Nord della regione non sara’ ne’ uno scherzo ne’ un piacere…

Mi sono tuttavia gia’ mosso per cercare di organizzare con due colleghi una piccola spedizione fino all’Heilong/Amur a Dicembre, una regione che sarebbe bello visitare (anche se potrebbero servire permessi speciali della PSB – polizia) per la bellezza naturalistica e per la presenza di minuscole minoranze etniche che parlano dialetti quasi estinti e che vivono in villaggi, sopravvivendo con caccia e commerci (soprattutto di pelli, grezze o lavorate). Molti commercianti russi vengono di qua’ dal confine a comprare i migliori e piu’ economici prodotti cinesi (soprattutto abbigliamento) e li portano in Russia, imbarcandoli sulla Transiberiana e avviandoli verso i mercati della Russia europea.

Ho fatto una prima esplorazione della citta’ di Harbin, e duole ammettere che sono rimasto parzialmente deluso. L’arrivo in citta’ crea molte aspettative, visto che se si arriva da Nord-ovest (dove il campus e’ ubicato) si devono superare due fiumi di enormi dimensioni, fino all’ultimo, il Songhua, probabilmente largo 200/250 metri (e tra poche settimane ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio), che delimita il confine nord-occidentale del centro urbano. Passato l’ultimo ponte prima di arrivare nel centro storico, si attraversano le aree piu’ povere, con molti negozietti sulla strada che vendono frutta o pesce sotto gli scarichi delle macchine, palazzi popolari che portano i segni degli anni e nuovi edifici in costruzione con muratori che lavorano su impalcature senza assi, senza caschetti e senza corde di sicurezza…

Harbin e’ stata costruita dai Russi sul finire del XIX secolo, come avamposto per estendere la ferrovia Transiberiana verso sud (Transmanciuriana) e verso ovest, verso Ulaanbaatar (Transmongolica), e la presenza russa rimane, come gia’ anticipato, un elemento caratterizzante dei caratteri cittadini, con i russi che compongono la prima minoranza tra la popolazione e i cui segni sono visibili nei molti negozi di oggettistica russa e nello stile architettonico di alcuni dei pochi edifici antichi rimasti in citta’. Tra tutti spicca la Chiesa di Santa Sofia, i cui mattoncini rosso scuro e la cupola verde bombata ricordano vagamente la Cattedrale di San Basilio a Mosca, anche se molto piu’ in piccolo. Tuttavia, le ridottissime dimensioni della Chiesa, la perdita della sua funzione religiosa, e la sua posizione centrale in una enorme piazza circondata da altissimi grattaceli pieni di centri commerciali, la rendono una meta di incerta suggestione…

A parte questa meta, per la quale forse mi ero fatto eccessive aspettative (non dimentichiamo che sono reduce da un’esplorazione di monasteri ortodossi tra Montenegro, Macedonia e Monte Athos in Grecia), la parte centrale del centro ha molti negozi eleganti, con piccole e strette strade laterali che conducono a stradoni pieni di grandi centri commerciali. Che il centro sia una zona pedonale non e’ un elemento da sotto-stimare… in citta’, infatti, regna un’anarchia e un caos automobilistico che non ho mai visto in nessuna altra grande citta’. Guidare, o anche solo prendere un taxi, sono  attivita’ potenzialmente pericolose, figuratevi attraversare la strada… Forse anche per questo (e per ben altre ovvie ragioni di segretezza) agli stranieri non e’ permesso noleggiare auto e andarsene in giro, ma chi lavora legalmente, anche se straniero, puo’ guidare una motocicletta (anche a tre ruote – sanlun motuoche), previo superamento di un breve esame di guida cinese.

Nel frattempo la vita al campus (trovato su Google Earth. Coordinate: 45°51′21.74″N – 126°32′40.89″E) procede con ritmo intenso. Ho cominciato a procurarmi i pasti fuori dalla mensa, esplorando i poveri dintorni del campus e le numerose minuscole taverne, i cui standard igenici sarebbero sicuramente rifiutati nella bella ed elegante Unione Europea, nonostante il loro livello culinario elevato. Non rendono veramente giustizia della cucina cinese (o delle sue enormi differenze regionali) le numerose rosticcerie e ristoranti di serie B che si trovano spesso in Europa… Certo c’e’ molto da conoscere, e se non si e’ in grado di leggere i caratteri cinesi la scelta sui menu’ e’ spesso un salto nel buio: a volte ci vuole anche una decisa dose di coraggio per avvicinarsi a certi cibi. Forse non tutti mangerebbero uno spiedino di vermi arrostiti (come ho avuto modo di fare ieri sera), ma certamente si leccherebbero i baffi di fronte a un succulento piatto di zi lan yang rou (filetti di agnello bolliti e serviti con cipolle, verza e peperoncino), uno dei pochi piatti che oramai sono in grado di ordinare da solo.

Con gli studenti per ora intrattengo solo rapporti in classe, anche se mi piacerebbe conoscerne meglio qualcuno e magari passare a trovarlo nel mio viaggio di fine contratto. Di solito le classi sono di 25/30 studenti di 21/23 anni, e tendo a suscitare verso di loro un enorme interesse, considerato che, pensate un po’, non hanno mai incontrato un italiano prima. Il lavoro di conseguenza non e’ per niente faticoso, e approfitto del dover farli parlare in inglese per imparare piu’ cose posso sulla Cina. Con fatica resisto alla tentazione di discutere con loro di temi storici o politici che sono noiosi per loro e tabu’ per le autorita’. Spero di poter incontrare al piu’ presto qualche open-minded dirigente di partito, con cui avere una lunga chiacchierata.

Non ho ancora fatto piani per le prossime esplorazioni, ma il freddo e’ cosi’ pungente che sono sempre piu’ convinto che debba essere il Sud la meta dei miei spostamenti futuri, mentre aspetto con curiosita’ di incontrare uno studente che venga dallo Yunnan…

Mi ci sono voluti un paio di giorni, ma finalmente ho superato il faticoso jetleg di 8 ore. Infusi di ginseng, ginger, pillole di melatonina? Completamente inutili. Un paio di lattine della rustica birra locale (”Harbin”) per conciliare il sonno e ieri mi sono svegliato per la prima volta con il giusto senso del giorno e della notte.

Il lavoro di insegnante (laoshi) e’ incominciato e va molto bene. Non e’ ne’ impegnativo ne’ troppo faticoso, anche se insegnare inglese a questi ragazzi e’ un’impresa quasi impossibile. Tuttavia, e’ il migliore modo per essere catapultati nel bel mezzo dell’inarrestabile sviluppo  della nuova Cina – non penso che lavorare per una delle numerose compagnie occidentali che operano in Cina possa comparare la sensazione di essere pagati direttamente in renminbi dal governo comunista cinese. Gli altri “esperti” (ecco il titolo usato per i professori stranieri.. mica male…) sono pochi, in maggioranza sudafricani e inglesi, per cui c’e’ ampio modo di poter conoscere la cultura del luogo e familiarizzare con i cinesi. Di solito tutti i colleghi, nonche’ tutti gli studenti, sono molto incuriositi dalla presenza di uno straniero, e molti studenti mi salutano per i corridoi o i cortili del campus, anche senza conoscermi.

Si dice che il sistema educativo cinese sia molto meno competitivo di quello occidentale, ma resta il fatto che le universita’ britanniche sono piene di studenti indiani, cinesi o medio-orientali. I paesi in via di sviluppo sono certamente il futuro tra i popoli del mondo, soprattutto quando hanno le dimensioni demografiche della Cina, India, Messico o Brasile. Per un paese demograficamente gigantesco come la Cina, anche in presenza di rigide politiche di controllo delle nascite, il futuro delle famiglia, il loro tenore di vita, dipende anche dal successo scolastico dei figli (in tutta la Cina, con poche eccezioni, le famiglie hanno un solo figlio), per i quali imparare bene l’Inglese e’ la chiave per accedere alle migliori universita’, e quindi a possibilita’ migliori di carriera. L’insuccesso scolastico ha ripercussioni maggiori di quanto succeda in Occidente, e per questo, nonostante le difficolta’ linguistiche che i cinesi hanno nell’imparare l’inglese, lo studio viene preso con maggiore serieta’.

La mensa si conferma un bel posto per analizzare la societa’ cinese. Divisa in tre piani, con il primo per le matricole, il secondo (con diverse cucine regionali) per gli altri, e il terzo per gli “esperti”, lo staff e i membri di partito, la mensa segue la logica sociale della Cina, rispecchiando la tradizione del confucianesimo. Penso infatti che il segreto della sopravvivenza politica del Partito Comunista nella Cina maoista e, soprattutto, post-maoista, dipenda dalla compatibilita’ del rispetto e obbedienza richiesta verso il Partito, con i valori tradizionali dell’obbedienza (verso famiglia, anziani, o nei rapporti di coppia) previsti dai canoni del confucianesimo. In altre parole, il Partito e’ considerato con rispetto e obbedienza perche’ ha saputo garantire – e sta garantendo alla Cina – un forte sviluppo che ha portato diffuso benessere.

L’altro ieri sono finalmente uscito dal campus, e mi sono aggirato per i dintorni, attraversando il cortile principale della sede della Harbin Normal University, con una gigante statua bronzea di Mao,e raggiungendo una strada addobbata di negozietti minuscoli ricavati in capanni di legno o lamiera, che vendono le cose piu’ strane, e che sfumano in una distesa di campi di mais che si estendono a perdita d’occhio… Ai bordi dei marciapiedi, un’innumerevole quantita’ di moto esotiche, tra cui i mitici “trattori” a tre ruote che sono presenti ovunque nelle aree rurali cinesi…

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Dopo quasi 24 ore di viaggio, tre voli dalla Gran Bretagna all’estremo Nord della Cina, e pochissime ore di sonno, eccomi finalmente ad Harbin.

Il mio primo contatto con la Cina e’ stato attraverso gli altissimi corridoi e i pavimenti a specchio del gigantesco e pulitissimo aereoporto di Beijing, dove ho preso il collegamento per Harbin (due ore di viaggio circa) dopo un’attesa di circa tre ore spese girovagando con incontenibile curiosita’ per i corridoi del terminal. Ad Harbin, l’impatto e’ stato duplice. Da una parte il gelo dell’estremo Nord siberiano, dall’altra alcune vecchie bilance per la posta di provenienza russa (Harbin e’ stata infatti fondata dai russi durante la conquista del Far East manciuriano), ad indicare quanto la presenza russa si estenda storicamente ben oltre il confine.

Il campus, dove sono alloggiato, e’ distante una ventina di kilometri circa dal centro, seguendo un modello di sviluppo urbano funzionalista molto in voga nei paesi socialisti, e che in Cina promuove la costruzione di abitazioni in mega-impianti a ridosso dell’area lavorativa. Anche se il freddo non e’ ancora quello invernale, e le grandi nevicate non sono ancora iniziate, lo scarso riscaldamento degli edifici mi sembra gia’ essere un grande problema per le prossime settimane. Non e’ peraltro un mistero l’insaziabile sete di risorse energetiche della debordante economia cinese.

A parte questo “dettaglio”, oggi la mia prima visita del campus e’ stata molto positiva. Il personale amministrativo (cinese) e’ stato molto cordiale e disponibile, nonche’ profondamente incuriosito dalle mie recenti esperienze che mi hanno portato qui (”How many languages do you speak?”, mi e’ stato frequentemente chiesto…). Gli edifici sono enormi e – esteriormente – molto curati, anche se squadrati in modo geometrico. Gli interni sono un po’ piu’ rustici, con file di  banchetti rettangolari di legno in piccole classi (la cui parete interna, di vetro, mi pone qualche dubbio sull’esistenza della privacy) ed alcuni corridoi (dove peraltro si puo’ fumare) in cui gruppi di studenti hanno dipinto larghi murales inneggianti alla gloria del 60esimo anniversario della Rivoluzione comunista (1 Ottobre 1949), la cui alternanza di colori giallo e rosso ricordano da vicino l’estetica della Rivoluzione Culturale.

La mensa e’ un interessante luogo di aggregazione e di socializzazione dove e’ facile poter dialogare con colleghi cinesi, ascoltando le loro interessate reazioni sul tema del forte sviluppo cinese. Tuttavia la Storia, considerata dai giovani come argomento noioso e adatto ai nonni, e’ custodita gelosamente dall’Alto, e certe tematiche sono politicamente molto sensibili. A parte questo, la mensa e’ una esperienza imperdibile anche per i cultori della cucina cinese (come il sottoscritto), a patto che vi adattiate a usare le bacchette (oggi me la sono cavata dignitosamente).

Dalla finestra del mio appartamento si vede soltanto una distesa bianca (anche se non si tratta ancora di neve) limitata in lontananza da alcuni alti alberi, sotto cui scorre una delle autostrade della ciclopica rete stradale costruita senza tregua negli ultimi anni. Oltre gli alberi, l’estremo Nord, verso le steppe di confine e il limite del fiume Heilong (Amur per i russi), oltre cui comincia la Siberia.

La Cina ha forse perso l’ortodossia ideologica degli anni di Mao, avviandosi su riforme economiche che hanno dato inizio a uno sviluppo i cui traguardi sono tangibili, ma un romantico senso di coralita’ rimane nei comportamenti quotidiani della gente, che approfitta di ogni momento come un’occasione per stare insieme. Non un’attitudine imposta dall’esterno, ma un risultato del retaggio tradizionale di una cultura complessa (e antichissima) come quella cinese…

Beijing Airport

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