Il grande freddo sta pian piano scendendo su Harbin dalle piane siberiane del Nord. Ieri per la prima volta le temperature sono scese dritte sotto lo 0 (-7 gradi di giorno e -14 di notte), con un freddo che ti taglia la faccia come una lama e che ti avvolge paralizzando braccia e gambe. Devo procurarmi al piu’ presto dei pantaloni imbottiti, e forse una giacca speciale foderata di lana di pecora. Onestamente, esplorare il Nord della regione non sara’ ne’ uno scherzo ne’ un piacere…
Mi sono tuttavia gia’ mosso per cercare di organizzare con due colleghi una piccola spedizione fino all’Heilong/Amur a Dicembre, una regione che sarebbe bello visitare (anche se potrebbero servire permessi speciali della PSB – polizia) per la bellezza naturalistica e per la presenza di minuscole minoranze etniche che parlano dialetti quasi estinti e che vivono in villaggi, sopravvivendo con caccia e commerci (soprattutto di pelli, grezze o lavorate). Molti commercianti russi vengono di qua’ dal confine a comprare i migliori e piu’ economici prodotti cinesi (soprattutto abbigliamento) e li portano in Russia, imbarcandoli sulla Transiberiana e avviandoli verso i mercati della Russia europea.
Ho fatto una prima esplorazione della citta’ di Harbin, e duole ammettere che sono rimasto parzialmente deluso. L’arrivo in citta’ crea molte aspettative, visto che se si arriva da Nord-ovest (dove il campus e’ ubicato) si devono superare due fiumi di enormi dimensioni, fino all’ultimo, il Songhua, probabilmente largo 200/250 metri (e tra poche settimane ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio), che delimita il confine nord-occidentale del centro urbano. Passato l’ultimo ponte prima di arrivare nel centro storico, si attraversano le aree piu’ povere, con molti negozietti sulla strada che vendono frutta o pesce sotto gli scarichi delle macchine, palazzi popolari che portano i segni degli anni e nuovi edifici in costruzione con muratori che lavorano su impalcature senza assi, senza caschetti e senza corde di sicurezza…
Harbin e’ stata costruita dai Russi sul finire del XIX secolo, come avamposto per estendere la ferrovia Transiberiana verso sud (Transmanciuriana) e verso ovest, verso Ulaanbaatar (Transmongolica), e la presenza russa rimane, come gia’ anticipato, un elemento caratterizzante dei caratteri cittadini, con i russi che compongono la prima minoranza tra la popolazione e i cui segni sono visibili nei molti negozi di oggettistica russa e nello stile architettonico di alcuni dei pochi edifici antichi rimasti in citta’. Tra tutti spicca la Chiesa di Santa Sofia, i cui mattoncini rosso scuro e la cupola verde bombata ricordano vagamente la Cattedrale di San Basilio a Mosca, anche se molto piu’ in piccolo. Tuttavia, le ridottissime dimensioni della Chiesa, la perdita della sua funzione religiosa, e la sua posizione centrale in una enorme piazza circondata da altissimi grattaceli pieni di centri commerciali, la rendono una meta di incerta suggestione…
A parte questa meta, per la quale forse mi ero fatto eccessive aspettative (non dimentichiamo che sono reduce da un’esplorazione di monasteri ortodossi tra Montenegro, Macedonia e Monte Athos in Grecia), la parte centrale del centro ha molti negozi eleganti, con piccole e strette strade laterali che conducono a stradoni pieni di grandi centri commerciali. Che il centro sia una zona pedonale non e’ un elemento da sotto-stimare… in citta’, infatti, regna un’anarchia e un caos automobilistico che non ho mai visto in nessuna altra grande citta’. Guidare, o anche solo prendere un taxi, sono attivita’ potenzialmente pericolose, figuratevi attraversare la strada… Forse anche per questo (e per ben altre ovvie ragioni di segretezza) agli stranieri non e’ permesso noleggiare auto e andarsene in giro, ma chi lavora legalmente, anche se straniero, puo’ guidare una motocicletta (anche a tre ruote – sanlun motuoche), previo superamento di un breve esame di guida cinese.
Nel frattempo la vita al campus (trovato su Google Earth. Coordinate: 45°51′21.74″N – 126°32′40.89″E) procede con ritmo intenso. Ho cominciato a procurarmi i pasti fuori dalla mensa, esplorando i poveri dintorni del campus e le numerose minuscole taverne, i cui standard igenici sarebbero sicuramente rifiutati nella bella ed elegante Unione Europea, nonostante il loro livello culinario elevato. Non rendono veramente giustizia della cucina cinese (o delle sue enormi differenze regionali) le numerose rosticcerie e ristoranti di serie B che si trovano spesso in Europa… Certo c’e’ molto da conoscere, e se non si e’ in grado di leggere i caratteri cinesi la scelta sui menu’ e’ spesso un salto nel buio: a volte ci vuole anche una decisa dose di coraggio per avvicinarsi a certi cibi. Forse non tutti mangerebbero uno spiedino di vermi arrostiti (come ho avuto modo di fare ieri sera), ma certamente si leccherebbero i baffi di fronte a un succulento piatto di zi lan yang rou (filetti di agnello bolliti e serviti con cipolle, verza e peperoncino), uno dei pochi piatti che oramai sono in grado di ordinare da solo.
Con gli studenti per ora intrattengo solo rapporti in classe, anche se mi piacerebbe conoscerne meglio qualcuno e magari passare a trovarlo nel mio viaggio di fine contratto. Di solito le classi sono di 25/30 studenti di 21/23 anni, e tendo a suscitare verso di loro un enorme interesse, considerato che, pensate un po’, non hanno mai incontrato un italiano prima. Il lavoro di conseguenza non e’ per niente faticoso, e approfitto del dover farli parlare in inglese per imparare piu’ cose posso sulla Cina. Con fatica resisto alla tentazione di discutere con loro di temi storici o politici che sono noiosi per loro e tabu’ per le autorita’. Spero di poter incontrare al piu’ presto qualche open-minded dirigente di partito, con cui avere una lunga chiacchierata.
Non ho ancora fatto piani per le prossime esplorazioni, ma il freddo e’ cosi’ pungente che sono sempre piu’ convinto che debba essere il Sud la meta dei miei spostamenti futuri, mentre aspetto con curiosita’ di incontrare uno studente che venga dallo Yunnan…
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