[Articolo pubblicato sul Domani, in data 14-01-2010]

HARBIN – Quando l’inverno siberiano abbassa le temperature medie giornaliere dell’estremo nord della Cina fino a -25/-30 gradi, la città di Harbin diventa improvvisamente il centro dell’attenzione nazionale e internazionale per le sensazionali meraviglie del paese dei balocchi del Festival delle Sculture di Ghiaccio, e delle eleganti sculure trasparenti che giaciono in ogni angolo delle strade del centro.

Un’esposizione incominciata nella metà degli anni ‘60 e interrotta solo per alcuni anni durante la Rivoluzione Culturale, il Festival rappresenta oggi il principale momento di gloria di Harbin, tanto sul piano domestico quanto su quello internazionale, e simboleggia anche in modo massiccio la grandeur dello sviluppo cinese e il tentativo delle autorità e imprese locali di ancorare la città alla crescita inarrestabile della Cina. Il Festival diventa così un momento unico per attirare fiumi di visitatori (circa 800 mila all’anno, su un arco temporale di neanche due mesi), sponsor, e, qualcuno spera, ulteriori investimenti internazionali in una delle regioni più inospitali del paese.

L’evento è salito negli ultimi quindici anni alla ribalta degli eventi artistici del paese come esposizione unica di primo piano, e sta gradualmente raggiungendo una netta affermazione nell’intera regione del Sud-Est asiatico (da cui proviene una nicchia significante di visitatori) e, qualcuno spera, a livello globale. Ma è nella vita quotidiana degli abitanti di Harbin e dei suoi immigrati che il Festival cambia i ritmi di vita e lo sviluppo economico urbano di una città che ha cessato solo da poco di essere il grigio centro industriale comunista degli anni ‘70 e ‘80, per diventare la capitale di una provincia arricchitasi molto negli ultimi anni grazie alla crescita intensa del settore agricolo e agli scambi con le imprese russe di là del confine.

La preparazione dell’evento mobilita per oltre un mese una forza lavoro di oltre 15 mila operai stagionali che raggiungono Harbin sacco in spalla dalla campagna e dalle province di Jilin, Liaoning e Nei Mongol, su decine e decine di autobus che li scaricano ai bordi delle strade, per rimanere oltre due mesi a lavorare attorno all’evento. Nel quadro dello sviluppo di Harbin, il ghiaccio rappresenta la principale risorsa, venendo non solo usata per realizzare straordinarie sculture scolpite con pazienza e attenzione, ma anche venduta ad altre province o ad alcune aziende alimentari giapponesi o coreane.

Così, dalla seconda metà di Novembre alla fine di Dicembre l’esercito di artigiani del ghiaccio è impegnato duramente ad estrarre centinaia di migliaia di cubi di ghiaccio (pari a una quantita approssimativa di circa 150 mila metri cubici di acqua) dalla superfice ghiacciata del fiume Songhua, e a trasportare i cubi nelle aree prestabilite, scolpendoli poi con precisione e insospettabile talento artigianale. Ma i mille colori delle sculture di ghiaccio, celano a stento lo spettro di colori grigi della faticosa realtà delle migliaia di lavoratori stagionali che sono pagati una miseria (1 yuan – 10 centesimi di euro – per cubo di ghiaccio estratto) per lavorare giorno e notte, nonostante il freddo polare, rispettando le rigide scadenze della data di apertura, condizionate molto spesso dal cambiamento delle condizioni climatiche.

Eppure, lascia sorpresi girare per le strade del centro storico e i cantieri del Festival nel giorno prima dell’apertura ufficiale e vedere gli scultori rifinire il ghiaccio con entusiasmo e, ridendo e scherzando, posare di fronte alla lente della macchina fotografica come artisti di fronte alla loro opera d’arte, in apparenza indifferenti alle condizioni lavorative estreme che devono affrontare, desiderosi soltanto di portare qualche centinaio di renminbi a casa alle proprie famiglie. Se per questi artigiani del ghiaccio senza nome e senza educazione il Festival rappresenta anche un piccolissimo momento di gloria personale, lo stesso non è per alcuni studenti universitari che lavorano nei weekend soltanto per poter guadagnare qualche yuan in più da spendere nei fine settimana…

La Cina è anche questo… Chi si reca ad Harbin soltanto per visitare l’Ice Festival non si accorgerà mai dell’impatto sociale che l’evento ha a livello locale e in giro per la provincia. Un senso di euforia ed entusiasmo nelle settimane precedenti l’apertura ufficiale del Festival, il 25 Dicembre scorso, ha nascosto con difficoltà le grandi fatiche che la sua costruzione è costata, lasciando trasparire forti diseguaglianze nella nuova Cina tra operai pagati dieci centesimi a cubo di ghiaccio e turisti cinesi che pagano 150 yuan per venire a vedere questa città di ghiaccio e luci colorate.

Eppure, rimane ben forte il senso che tutti coloro che abbiano lavorato al Festival, dai designer, agli architetti, ai manovali, lo abbiano fatto insieme, fianco a fianco per la realizzazione di qualcosa di grande, in una nuova Cina diversa da quella in cui, secoli prima, a migliaia diedero la vita per realizzare grandi opere ciclopiche che hanno reso millenarie la storia e la cultura cinesi…

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Photo Gallery:

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Una delle foto dell’Harbin Ice Festival e’ apparsa sulla copertina di Picasa, eccola!

Ecco il link alla galleria: http://picasaweb.google.com/hypomnemata81

Riprendo in mano le pagine del blog dopo due lunghi mesi.

Approfitto delle festivita’ cinesi (tra dieci giorni c’e’ il Capodanno cinese – la festa piu’ importante dell’anno, che dara’ il via al nuovo anno della tigre) per fare il punto sulle maggiori novita’ dal mondo mandarino. La prima riguarda il mio contratto di impiego presso l’universita’. A fianco del corso su Storia e Cultura Italiane mi hanno anche chiesto di insegnare Film Analysis, dopo che alcuni colleghi occidentali hanno sparso la voce sulla mia grande passione. A me non puo’ che far piacere, ma nel prossimo semestre (che prendera’ il via il 1 Marzo) dovro’ insegnare molte piu’ ore. Ne approfittero’ comunque per fare alcune riflessioni sul cinema cinese (oggetto del mio interesse personale) e sulla percezione cinese del cinema occidentale (oggetto del corso).

Inoltre, sono da poco reduce da un piccolo ma significativo viaggio attraverso la Cina (e precursore della spedizione estiva – di cui parlero’ a tempo debito) che mi ha portato dalla glaciale Harbin, alla quasi altrettanto fredda Pechino, fino al “remoto” Szechuan, nel profondo sud. Se ad Harbin ho avuto modo di visitare l’incantevole Harbin Ice Festival (di cui scrivero’ in un apposito post), Pechino e Chengdu hanno sicuramente ampliato la mia conoscenza della Cina e comprensione dell’universo culturale mandarino.

Non avendo tempo ne’ la volonta’ di sommergervi di parole con un racconto da turista, vi riporto solamente alcune emozioni particolari ed impressioni forti che i due posti mi hanno lasciato.

Da un parte Pechino, culla del potere del Partito (il piu’ longevo – al governo – al mondo), citta’ dove modernita’ e classicita’ si combinano in modi inediti sotto la spinta dello sviluppo economico e del successo dei giochi olimpici (che hanno reso Pechino, a suo modo, una citta’ multiculturale, vista la crescente quantita’ di espatriati che ci si sono trasferiti), attutita pero’ dall’incrollabile fascino dell’eredita’ imperiale cinese e dall’amore dei cinesi per le loro tradizioni.

Un gruppo di miei devoti e appassionati studenti pechinesi mi accompagna nel punto piu’ splendido della Grande Muraglia, evitando con estremo piacere il fastidio dei canali turistici. Un posto da togliere il fiato, conferma dell’indissolubile resistenza del passato di questo paese. Una cinta muraria maestosa lunga oltre 6500 km, che nasce sulle spiagge del Mar Giallo e si insabbia nelle dune gialle del deserto del Gobi, dopo aver attraversato montagne, fiumi e valli. Sorprende scoprire come la Muraglia abbia piu’ volte fallito il suo intento protettivo, funzionando invece come portentosa “rete telefonica”, con cui le diverse torri di guardia potevano trasmettere informazioni in pochi minuti fino al centro di Pechino…

(Con orgoglio mi insegnano una celebre frase di Mao sulla Muraglia: “Chi non scala la Grande Muraglia non e’ un vero uomo!” / “Bu Dao Chang Cheng Fei Hao Han“)

Infine Chengdu, capitale del Szechuan, famosa per il devastante terremoto del 2008 e per la (piccante e deliziosa) cucina. Una citta’ di 5 milioni di abitanti dove si ha l’impressione di essere in una citta’ di provincia relativamente calma e rilassata. Facendosi largo tra la nebbia e le liane che dipingono la “giungla” cittadina, sorge un piccolo mondo fatto di buddhismo, sale da the e tavoli all’aperto dove la gente gioca a mahjong, e una vibrante vita notturna che ricorda le capitali estive dell’Europa meridionale.

Un’escursione nella piccola citta’ di Leshan, perla sperduta nella giungla che ospita un Buddha gigantesco di 70 metri, continua ad alimentare il mio sogno di scendere fino in Indocina durante l’estate. Citta’ cosi’ piccole di stranieri ne vedono pochi. Lo capisco dalle facce incuriosite e sorprese della gente che incontro aggirandomi per i viali di una citta’ vecchia (e sporca) dove scopro una piccola moschea ricavata in un garage, e un mercato di alimenti dove un macellaio taglia con rigore la sua carne tra biciclette e motorini carichi di riso e polli che passano tra i banchi. In un angolo, lungo la strada, alcune ragazze si fanno lo shampo in un secchio d’acqua… Scene quasi surreali che si svolgono quotidianamente sotto gli occhi addormentati del Buddha gigante.

Tornero’ in queste terre, nella speranza di poter assaporare mille e piu’ di queste emozioni sulla strada per l’Indocina…

e.

La nevicata di qualche settimana fa e’ stata seguita da un’altra molto intensa qualche giorno fa… Mi sveglio ogni giorno al rumore monotono degli operai che spalano le strade dietro il campus in lontananza, mentre alla sera lascio l’Universita’ salutando un rossissimo sole rotondo all’orizzonte che tramonta sulla piana siberiana…

Di solito, quando esco per cenare, mi faccio consigliare qualche piatto dai miei studenti, e la stragrande maggioranza delle volte devo riconoscere la qualita’ dei loro gusti. Pero’ stasera mi faccio guidare dall’intuito. Cosi’, per cercare rifugio dal freddo, dopo due settimane di lavoro intenso, il posto migliore per raccogliere le mie idee e riordinare la miriade di nuove impressioni mi e’ sembrato un microscopico ristorantino lungo la via dietro il campus specializzato in noodles e gestito da una coppia di immigrati uiguri dello Xing-Jiang. Il proprietario e’ un giovane omino che parla un pessimo mandarino (figurarsi l’inglese), mentre la moglie seduta in disparte indossa un velo scuro. Sulle pareti, diversi ritratti della Mecca e Medina e una gigantesca fotografia dei monti del Pamir, con alcune scritte in mandarino e in arabo. I noodles fatti in casa e cotti in saporiti brodi di carne e verdura, sono cosi’ buoni che in pochi minuti l’intero ristorante e’ pieno di studenti che vengono a cenare… Un’altra sorpresa piacevole (e a due minuti a piedi dal campus) e’ stata la scoperta di un nuovo e minuscolo bar specializzato in caffe’, in cui i chicchi vengono macinati all’istante e filtrati: il caffe’ e’ una prodotto talmente inusuale in Cina, che la giovane coppia che gestisce il bar resta incuriosita ad osservare la macchina da caffe’ con occhi sgranati fino a che le prime gocce di caffe’ cominciano a filtrare…

Nel frattempo il mio rapporto con gli studenti e’ diventato sempre piu’ solido, e anche a causa di cio’, la novita’ piu’ importante delle ultime settimane e’ stato il mio rinnovo del contratto con la Harbin Normal University fino all’estate 2010. Nonostante questa sia la mia prima esperienza di insegnamento, devo molto probabilmente avere fatto un ottimo lavoro se hanno deciso di ricompensare la mia volonta’ di rimanere tutto l’anno con un aumento di stipendio e con l’autorizzazione a gestire un nuovo Corso di Cultura e Storia dell’Italia Contemporanea nel secondo semestre, in cui mi occupero’ di diversi aspetti della storia, cultura ed economia italiane e, soprattutto, del rapporto tra Italia e Cina e del ruolo delle comunita’ cinesi in Italia.

L’immagine di una Cina liberticida con polizia segreta ad ogni angolo della strada e’ semplicemente ridicola, miope e falsa. Mentre il mio corso e’ stato approvato a prescindere dai contenuti, gli effetti della natura autoritaria del regime si vedono forse soltanto sulle restrizioni all’accesso di alcuni siti internet…

Back street's restaurant

One of the restaurants on the back street, behind the Campus...

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The frozen road behind the campus...

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A bold biker...

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A street in the Campus...

Dopo l’intensa nevicata della scorsa settimana, Harbin e l’intera provincia dell’Heilongjiang sono sepolti dalla neve… Una nevicata che alcuni giornali hanno definito la piu’ intensa nel Nord-Est della Cina da decenni, ma che secondo altri non e’ niente di impressionante…

Quattro giorni di neve ininterrotta hanno cambiato radicalmente e in poche ore i ritmi e la vita degli abitanti di Harbin. Dopo la prima notte di neve, le strade erano gia’ piene di un esercito infaticabile di uomini e donne di mezza eta’, tutti intabarrati e avvolti in spesse sciarpe di lana, impegnati a ripulire l’asfalto dalla neve. Alcuni vecchi si danno da fare ogni giorno per spalare il loro pezzetto di strada, caricando la neve sul cassone dei loro tricicli su cui sventolano giganti bandiere rosse. Uno sforzo collettivo visibile lungo tutta la tangenziale che porta verso Harbin, e che ha impegnato anche l’esercito…

Nonostante la neve, gli instancabili abitanti di Harbin hanno continuato a usare le loro biciclette stracariche di merci, o a guidare le loro barcollanti motorette, per recarsi al lavoro o a fare spese, mentre i taxi a tre ruote continuano a riempire le strade attorno al campus… Qui, per ripulire il piazzale di fronte all’ingresso principale, 5 persone hanno lavorato intensamente per due giorni , mentre gli studenti hanno pulito di sera le stradine attorno ai loro dormitori…

Vita difficile quella dello studente, almeno se comparata alla nostra… Gli studenti sono alloggiati in dormitori con camerate per otto persone in cui l’elettricita’ viene staccata alle 22 (con grande gioia degli insegnanti che riacquistano velocita’ per la loro connessione ad internet). Come se non bastasse, non hanno acqua calda, per cui devono recarsi in un altro edificio del campus, a piedi, sotto la neve e il freddo della sera, per fare una doccia calda o per riempire i loro termos da 5 litri, che ogni studente si porta in camera ogni sera…

Ma ancora meno fortunati, e davvero degni di ammirazione, sono le decine di muratori che, indossando solo lunghi cappotti verde oliva e cuffie nere, costruiscono le fondamenta dell’ala nuova dell’Universita’, lavorando giorno e notte, anche quando la neve cade accompagnata dal freddo vento siberiano e il solo modo per riscaldarsi e’ un grande fuoco all’ingresso del cantiere…

e.

Harbin Normal University

Harbin Normal University

The freeway leading to Harbin

People busy cleaning the streets...

Harbin working class

Harbin working class...

Snow on the streets

Snow on the streets of Harbin...

Mentre la temperatura continua a scendere, rimanendo ormai stabilmente sotto lo 0, celebro con grande entusiasmo la mia prima settimana lavorativa (sembra sia passato un mese, vista la distanza culturale rispetto all’Occidente europeo).

Sono molto soddisfatto di quanto fatto finora. Non solo insegnare e’ un mestiere molto piu’ interessante di quanto mi aspettassi – nonche’ di molti altri lavori (dove invece di educare ci si limita a eseguire ordini), ma l’impatto con gli studenti e’ stato estremamente positivo. Su circa 180 studenti, divisi in 7 classi, 8 mi hanno fatto privatamente i complimenti per come insegno, esprimendo grande soddisfazione per il nuovo insegnante, 4 studenti si sono aggiunti alle mie classi spostandosi da altre meno interessanti, e una classe che aveva diverse assenze la settimana scorsa oggi era tutta presente. Il mio modo di insegnare, in particolare, e’ stato descritto come innovativo e stimolante (ho visto diversi studenti dell’ultima fila prestare sempre piu’ attenzione nel corso delle lezioni), visto che – a differenza degli insegnati cinesi (i cui pilastri pedagogici sono di solito: silenzio, disciplina, duro lavoro) – parlo e faccio parlare di tematiche interessanti, spostandomi in giro per la classe, andandomi a sedere tra gli studenti e facendoli lavorare tra una battuta e una spiegazione.

Sto segnandomi, cercando di memorizzarli, i nomi degli studenti piu’ interessanti, prendendo nota della loro provenienza geografica, nell’auspicio di poter andare a trovarne un paio durante il mio tour della Cina. Tutti gli studenti non originari dell’Heilongjiang (circa il 25%) torneranno infatti a casa per il celebratissimo Capodanno cinese (Yuandan). Alcuni si sono offerti di darmi lezioni di cinese gratis, altri vorrebbero che uscissi con loro nel weekend, e altri ancora mi hanno invitato a organizzare tornei di calcio (anche se con queste condizioni meteo forse e’ meglio evitare).

Questa settimana si discute dei piu’ grandi problemi della Cina nel XXI secolo. Oggi dagli studenti sono emerse problematiche scontate come inquinamento, influenza suina e uso di droga, ma anche tematiche piu’ delicate che, se affrontate con leggerezza o in modo critico verso il Governo, potrebbero causarmi guai: sovrappopolamento e controllo delle nascite, diseguaglianza economica tra classi e – con mio lieto stupore – abuso di potere da parte delle autorita’ locali (nessuno si permetterebbe di criticare quelle centrali, perche’ come succedeva nell’Unione Sovietica, il primo responsabile dei problemi diventa l’amministratore responsabile dell’ente locale piu’ vicino). Io li abituo ad applaudire 0gni compagno e ogni punto di vista, tanto per stimolare dibattito, e creare un senso critico che e’ sempre importante avere – a prescindere dalla forma di stato.

Ieri una studentessa mi ha rivelato che un insegnante americano lo scorso anno le aveva regalato una Bibbia, dandole anche alcuni insegnamenti religiosi… La cosa mi ha fatto riflettere, e ho continuato a pensarci per tutta la serata… Questo tipo di atteggiamento e’ proibito per contratto e assolutamente inutile. Una cosa e’ discutere del ruolo della Cina nel mondo (con i suoi problemi che, vista la dimensione demografica, economica e militare non possono che avere un profondo impatto a livello globale), un’altra e’ fare propaganda pro-occidentale in favore di religione, diritti umani o democrazia. Esistono le ONG per questo… Cosi’ facendo si esaspera solo – forse a ragione – la percezione del governo che maggiori diritti religiosi sarebbero soltanto il portale di ingresso per una sempre piu’ massiccia penetrazione culturale dell’Occidente. Cosa accade quando in Italia, o in Europa, un Imam viene sorpreso a predicare in favore della Jihad?

Per riflettere sul problema oggi, dopo la lezione mattutina, sono andato in centro ad Harbin a camminare per i viali del centro. Anche se questa e’ una porzione minuscola di tutto il paese, ho visto ormai abbastanza per capire che ci sono forti contrasti, prevalentemente economici, frutto del boom gigantesco che la Cina ha registrato negli ultimi quindici anni… Sulle grandi tangenziali che lasciano Harbin dirigendosi verso la campagna scorrono, a fianco di confortevoli macchine costose, file di tricicli a pedali con cui alcuni vecchi cinesi arrancano lentamente sulla salita del ponte, portando via file di rami accatastati e tenuti fermi con delle corde per avere abbastanza legna per  affrontare l’inverno alle porte, che segna giorno dopo giorno i battiti di una corsa contro il tempo per riscaldarsi. Ma i contrasti sono un elemento parte di ogni societa’, e sono in questo caso il prezzo da pagare per un paese che negli anni ‘80 ha scelto di riformare l’economia per garantire maggiore benessere…

Some Harbin workers resting during a break and trying to survive the cold weather....
Some Harbin workers resting during a break and trying to survive the cold weather….
Harbin center
Cars & Bicycles…
Zhongyang Dajie
Zhongyang Dajie
Mosque in central Harbin
A mosque in central Harbin

Il grande freddo sta pian piano scendendo su Harbin dalle piane siberiane del Nord. Ieri per la prima volta le temperature sono scese dritte sotto lo 0 (-7 gradi di giorno e -14 di notte), con un freddo che ti taglia la faccia come una lama e che ti avvolge paralizzando braccia e gambe. Devo procurarmi al piu’ presto dei pantaloni imbottiti, e forse una giacca speciale foderata di lana di pecora. Onestamente, esplorare il Nord della regione non sara’ ne’ uno scherzo ne’ un piacere…

Mi sono tuttavia gia’ mosso per cercare di organizzare con due colleghi una piccola spedizione fino all’Heilong/Amur a Dicembre, una regione che sarebbe bello visitare (anche se potrebbero servire permessi speciali della PSB – polizia) per la bellezza naturalistica e per la presenza di minuscole minoranze etniche che parlano dialetti quasi estinti e che vivono in villaggi, sopravvivendo con caccia e commerci (soprattutto di pelli, grezze o lavorate). Molti commercianti russi vengono di qua’ dal confine a comprare i migliori e piu’ economici prodotti cinesi (soprattutto abbigliamento) e li portano in Russia, imbarcandoli sulla Transiberiana e avviandoli verso i mercati della Russia europea.

Ho fatto una prima esplorazione della citta’ di Harbin, e duole ammettere che sono rimasto parzialmente deluso. L’arrivo in citta’ crea molte aspettative, visto che se si arriva da Nord-ovest (dove il campus e’ ubicato) si devono superare due fiumi di enormi dimensioni, fino all’ultimo, il Songhua, probabilmente largo 200/250 metri (e tra poche settimane ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio), che delimita il confine nord-occidentale del centro urbano. Passato l’ultimo ponte prima di arrivare nel centro storico, si attraversano le aree piu’ povere, con molti negozietti sulla strada che vendono frutta o pesce sotto gli scarichi delle macchine, palazzi popolari che portano i segni degli anni e nuovi edifici in costruzione con muratori che lavorano su impalcature senza assi, senza caschetti e senza corde di sicurezza…

Harbin e’ stata costruita dai Russi sul finire del XIX secolo, come avamposto per estendere la ferrovia Transiberiana verso sud (Transmanciuriana) e verso ovest, verso Ulaanbaatar (Transmongolica), e la presenza russa rimane, come gia’ anticipato, un elemento caratterizzante dei caratteri cittadini, con i russi che compongono la prima minoranza tra la popolazione e i cui segni sono visibili nei molti negozi di oggettistica russa e nello stile architettonico di alcuni dei pochi edifici antichi rimasti in citta’. Tra tutti spicca la Chiesa di Santa Sofia, i cui mattoncini rosso scuro e la cupola verde bombata ricordano vagamente la Cattedrale di San Basilio a Mosca, anche se molto piu’ in piccolo. Tuttavia, le ridottissime dimensioni della Chiesa, la perdita della sua funzione religiosa, e la sua posizione centrale in una enorme piazza circondata da altissimi grattaceli pieni di centri commerciali, la rendono una meta di incerta suggestione…

A parte questa meta, per la quale forse mi ero fatto eccessive aspettative (non dimentichiamo che sono reduce da un’esplorazione di monasteri ortodossi tra Montenegro, Macedonia e Monte Athos in Grecia), la parte centrale del centro ha molti negozi eleganti, con piccole e strette strade laterali che conducono a stradoni pieni di grandi centri commerciali. Che il centro sia una zona pedonale non e’ un elemento da sotto-stimare… in citta’, infatti, regna un’anarchia e un caos automobilistico che non ho mai visto in nessuna altra grande citta’. Guidare, o anche solo prendere un taxi, sono  attivita’ potenzialmente pericolose, figuratevi attraversare la strada… Forse anche per questo (e per ben altre ovvie ragioni di segretezza) agli stranieri non e’ permesso noleggiare auto e andarsene in giro, ma chi lavora legalmente, anche se straniero, puo’ guidare una motocicletta (anche a tre ruote – sanlun motuoche), previo superamento di un breve esame di guida cinese.

Nel frattempo la vita al campus (trovato su Google Earth. Coordinate: 45°51′21.74″N – 126°32′40.89″E) procede con ritmo intenso. Ho cominciato a procurarmi i pasti fuori dalla mensa, esplorando i poveri dintorni del campus e le numerose minuscole taverne, i cui standard igenici sarebbero sicuramente rifiutati nella bella ed elegante Unione Europea, nonostante il loro livello culinario elevato. Non rendono veramente giustizia della cucina cinese (o delle sue enormi differenze regionali) le numerose rosticcerie e ristoranti di serie B che si trovano spesso in Europa… Certo c’e’ molto da conoscere, e se non si e’ in grado di leggere i caratteri cinesi la scelta sui menu’ e’ spesso un salto nel buio: a volte ci vuole anche una decisa dose di coraggio per avvicinarsi a certi cibi. Forse non tutti mangerebbero uno spiedino di vermi arrostiti (come ho avuto modo di fare ieri sera), ma certamente si leccherebbero i baffi di fronte a un succulento piatto di zi lan yang rou (filetti di agnello bolliti e serviti con cipolle, verza e peperoncino), uno dei pochi piatti che oramai sono in grado di ordinare da solo.

Con gli studenti per ora intrattengo solo rapporti in classe, anche se mi piacerebbe conoscerne meglio qualcuno e magari passare a trovarlo nel mio viaggio di fine contratto. Di solito le classi sono di 25/30 studenti di 21/23 anni, e tendo a suscitare verso di loro un enorme interesse, considerato che, pensate un po’, non hanno mai incontrato un italiano prima. Il lavoro di conseguenza non e’ per niente faticoso, e approfitto del dover farli parlare in inglese per imparare piu’ cose posso sulla Cina. Con fatica resisto alla tentazione di discutere con loro di temi storici o politici che sono noiosi per loro e tabu’ per le autorita’. Spero di poter incontrare al piu’ presto qualche open-minded dirigente di partito, con cui avere una lunga chiacchierata.

Non ho ancora fatto piani per le prossime esplorazioni, ma il freddo e’ cosi’ pungente che sono sempre piu’ convinto che debba essere il Sud la meta dei miei spostamenti futuri, mentre aspetto con curiosita’ di incontrare uno studente che venga dallo Yunnan…

Mi ci sono voluti un paio di giorni, ma finalmente ho superato il faticoso jetleg di 8 ore. Infusi di ginseng, ginger, pillole di melatonina? Completamente inutili. Un paio di lattine della rustica birra locale (”Harbin”) per conciliare il sonno e ieri mi sono svegliato per la prima volta con il giusto senso del giorno e della notte.

Il lavoro di insegnante (laoshi) e’ incominciato e va molto bene. Non e’ ne’ impegnativo ne’ troppo faticoso, anche se insegnare inglese a questi ragazzi e’ un’impresa quasi impossibile. Tuttavia, e’ il migliore modo per essere catapultati nel bel mezzo dell’inarrestabile sviluppo  della nuova Cina – non penso che lavorare per una delle numerose compagnie occidentali che operano in Cina possa comparare la sensazione di essere pagati direttamente in renminbi dal governo comunista cinese. Gli altri “esperti” (ecco il titolo usato per i professori stranieri.. mica male…) sono pochi, in maggioranza sudafricani e inglesi, per cui c’e’ ampio modo di poter conoscere la cultura del luogo e familiarizzare con i cinesi. Di solito tutti i colleghi, nonche’ tutti gli studenti, sono molto incuriositi dalla presenza di uno straniero, e molti studenti mi salutano per i corridoi o i cortili del campus, anche senza conoscermi.

Si dice che il sistema educativo cinese sia molto meno competitivo di quello occidentale, ma resta il fatto che le universita’ britanniche sono piene di studenti indiani, cinesi o medio-orientali. I paesi in via di sviluppo sono certamente il futuro tra i popoli del mondo, soprattutto quando hanno le dimensioni demografiche della Cina, India, Messico o Brasile. Per un paese demograficamente gigantesco come la Cina, anche in presenza di rigide politiche di controllo delle nascite, il futuro delle famiglia, il loro tenore di vita, dipende anche dal successo scolastico dei figli (in tutta la Cina, con poche eccezioni, le famiglie hanno un solo figlio), per i quali imparare bene l’Inglese e’ la chiave per accedere alle migliori universita’, e quindi a possibilita’ migliori di carriera. L’insuccesso scolastico ha ripercussioni maggiori di quanto succeda in Occidente, e per questo, nonostante le difficolta’ linguistiche che i cinesi hanno nell’imparare l’inglese, lo studio viene preso con maggiore serieta’.

La mensa si conferma un bel posto per analizzare la societa’ cinese. Divisa in tre piani, con il primo per le matricole, il secondo (con diverse cucine regionali) per gli altri, e il terzo per gli “esperti”, lo staff e i membri di partito, la mensa segue la logica sociale della Cina, rispecchiando la tradizione del confucianesimo. Penso infatti che il segreto della sopravvivenza politica del Partito Comunista nella Cina maoista e, soprattutto, post-maoista, dipenda dalla compatibilita’ del rispetto e obbedienza richiesta verso il Partito, con i valori tradizionali dell’obbedienza (verso famiglia, anziani, o nei rapporti di coppia) previsti dai canoni del confucianesimo. In altre parole, il Partito e’ considerato con rispetto e obbedienza perche’ ha saputo garantire – e sta garantendo alla Cina – un forte sviluppo che ha portato diffuso benessere.

L’altro ieri sono finalmente uscito dal campus, e mi sono aggirato per i dintorni, attraversando il cortile principale della sede della Harbin Normal University, con una gigante statua bronzea di Mao,e raggiungendo una strada addobbata di negozietti minuscoli ricavati in capanni di legno o lamiera, che vendono le cose piu’ strane, e che sfumano in una distesa di campi di mais che si estendono a perdita d’occhio… Ai bordi dei marciapiedi, un’innumerevole quantita’ di moto esotiche, tra cui i mitici “trattori” a tre ruote che sono presenti ovunque nelle aree rurali cinesi…

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Dopo quasi 24 ore di viaggio, tre voli dalla Gran Bretagna all’estremo Nord della Cina, e pochissime ore di sonno, eccomi finalmente ad Harbin.

Il mio primo contatto con la Cina e’ stato attraverso gli altissimi corridoi e i pavimenti a specchio del gigantesco e pulitissimo aereoporto di Beijing, dove ho preso il collegamento per Harbin (due ore di viaggio circa) dopo un’attesa di circa tre ore spese girovagando con incontenibile curiosita’ per i corridoi del terminal. Ad Harbin, l’impatto e’ stato duplice. Da una parte il gelo dell’estremo Nord siberiano, dall’altra alcune vecchie bilance per la posta di provenienza russa (Harbin e’ stata infatti fondata dai russi durante la conquista del Far East manciuriano), ad indicare quanto la presenza russa si estenda storicamente ben oltre il confine.

Il campus, dove sono alloggiato, e’ distante una ventina di kilometri circa dal centro, seguendo un modello di sviluppo urbano funzionalista molto in voga nei paesi socialisti, e che in Cina promuove la costruzione di abitazioni in mega-impianti a ridosso dell’area lavorativa. Anche se il freddo non e’ ancora quello invernale, e le grandi nevicate non sono ancora iniziate, lo scarso riscaldamento degli edifici mi sembra gia’ essere un grande problema per le prossime settimane. Non e’ peraltro un mistero l’insaziabile sete di risorse energetiche della debordante economia cinese.

A parte questo “dettaglio”, oggi la mia prima visita del campus e’ stata molto positiva. Il personale amministrativo (cinese) e’ stato molto cordiale e disponibile, nonche’ profondamente incuriosito dalle mie recenti esperienze che mi hanno portato qui (”How many languages do you speak?”, mi e’ stato frequentemente chiesto…). Gli edifici sono enormi e – esteriormente – molto curati, anche se squadrati in modo geometrico. Gli interni sono un po’ piu’ rustici, con file di  banchetti rettangolari di legno in piccole classi (la cui parete interna, di vetro, mi pone qualche dubbio sull’esistenza della privacy) ed alcuni corridoi (dove peraltro si puo’ fumare) in cui gruppi di studenti hanno dipinto larghi murales inneggianti alla gloria del 60esimo anniversario della Rivoluzione comunista (1 Ottobre 1949), la cui alternanza di colori giallo e rosso ricordano da vicino l’estetica della Rivoluzione Culturale.

La mensa e’ un interessante luogo di aggregazione e di socializzazione dove e’ facile poter dialogare con colleghi cinesi, ascoltando le loro interessate reazioni sul tema del forte sviluppo cinese. Tuttavia la Storia, considerata dai giovani come argomento noioso e adatto ai nonni, e’ custodita gelosamente dall’Alto, e certe tematiche sono politicamente molto sensibili. A parte questo, la mensa e’ una esperienza imperdibile anche per i cultori della cucina cinese (come il sottoscritto), a patto che vi adattiate a usare le bacchette (oggi me la sono cavata dignitosamente).

Dalla finestra del mio appartamento si vede soltanto una distesa bianca (anche se non si tratta ancora di neve) limitata in lontananza da alcuni alti alberi, sotto cui scorre una delle autostrade della ciclopica rete stradale costruita senza tregua negli ultimi anni. Oltre gli alberi, l’estremo Nord, verso le steppe di confine e il limite del fiume Heilong (Amur per i russi), oltre cui comincia la Siberia.

La Cina ha forse perso l’ortodossia ideologica degli anni di Mao, avviandosi su riforme economiche che hanno dato inizio a uno sviluppo i cui traguardi sono tangibili, ma un romantico senso di coralita’ rimane nei comportamenti quotidiani della gente, che approfitta di ogni momento come un’occasione per stare insieme. Non un’attitudine imposta dall’esterno, ma un risultato del retaggio tradizionale di una cultura complessa (e antichissima) come quella cinese…

Beijing Airport

Beijing Airport

Se qualcuno tre anni fa mi avesse detto che sarei andato a lavorare come insegnante di inglese in una Universita’ della Cina probabilmente non gli avrei creduto. Eppure nella vita e’ proprio vero che tutto puo’ accadere. Cosi’ dopo tre anni oltremanica, in Gran Bretagna, una crisi economica mondiale che stenta a finire, un incubo burocratico – durato oltre un mese- per finalizzare tutti i dettagli relativi a contratto e a visto, eccomi in partenza per Harbin ( 45°45′N 126°38′E), capoluogo dell’Heilongjiang, provincia dell’estremo nord cinese (e la regione e’ davvero estrema in tutti i sensi: dalle sue temperature siberiane, che scendono a picco sotto lo 0, alla sua posizione remota, racchiusa tra Russia, Mongolia e Nord Corea). Non so davvero se sono il primo italiano ad insegnare inglese in Cina, ma di sicuro la mia notizia e’ stata accolta con stupore e sorpresa da tutti i miei amici e conoscenti, che da anni mi conoscono come una persona imprevedibile.

Appunto, una domanda: chi sono? Questo non significa niente ai fini del blog (non dopo 9000 kilometri di distanza lasciandosi -quasi- tutto alle spalle), e scoprirete di piu’ su di me man mano che scrivero’. Non e’ il mio primo viaggio impegnativo, e certo non sara’ l’ultimo. Non restero’ in Cina per sempre, ne’ troppo a lungo (diciamo almeno quattro mesi). Tuttavia e’ inarrestabile la curiosita’ che mi muove verso questa civilta’ millenaria, dove tutto e’ da scoprire, compresi se stessi (viaggiare costringe sempre a mettersi alla prova, e a mettersi in discussione, soprattutto quando si viaggia da soli, o comunque con mezzi di fortuna).

Di posti che vorrei esplorare in Cina -e dintorni- ce ne sarebbero tantissimi (Mongolia, Xingjiang, Tibet, Laos, Cambogia, Vietnam), ma decidero’ che aree esplorare una volta la’. A causa della natura del mio lavoro restero’ nell’Heilongjiang e dintorni fino a fine Gennaio, quando il mio contratto scadra’, e allora mi rimettero’ in cammino in coincidenza del Capodanno cinese. Un sogno? Tra i tanti, comprare una vecchia moto usata cinese (o sovietica) e spingermi a sud con pochissima roba addosso (un diario, una mappa e una bussola). Tempo permettendo pero’, perche’ come accennavo le temperature dell’estremo nord scendono infatti a Gennaio fino a -40 gradi. E allora, anche per questo sarebbe bello arrivare fino al clima tropicale dello Yunnan, porta di accesso a Birmania, Laos, e Vietnam, e godersi i 25 gradi invernali.

Un’ultima nota, anzi due, di carattere tecnico. Negli ultimi mesi il governo cinese ha rafforzato le misure protettive e di censura della rete che compongono il famigerato “great firewall”, e in alcune aree sara’ impossibile connettersi ai principali siti di social networking, inclusi e-mail accounts e naturalmente i siti di blogging. Nel caso avessi dei problemi ad accedere al mio blog, trovero’ comunque il modo di farvi avere mie notizie. Secondo, visto che uso una tastiera anglo-americana, e una volta la’ usero’ tastiere ancora piu’ strane, non vi stupite se le lettere vengono formattate male o non accentate correttamente.

A presto,

e.